DDC Studio Legale: news

The fourth ESCL Webinar in 2021 is on 7 April 2021 from 6.30-7.30 PM CET.

Title: The Italian version of Dispute Board: Il Collegio Consultivo Tecnico

Speaker: Francesco Lombardo, Representative of ANCE, Italian Society of Builders

Moderator: Richard Bailey (council member of the European Society of Construction Law, Attorney at Law)

Via Microsoft Teams: Details will be provided upon registration via the website.

To register: Please fill in the registration form for this webinar https://lnkd.in/dqFY3Ed ultimately before midday. After registering you will receive an e-mail with the Teams link.

This ESCL Webinar is free of charge!
For more information on other ESCL Webinars: https://lnkd.in/d8kbbcD

 

1617025356898

12 novembre 2020

L’emergenza coronavirus è tornata a farsi sentire con forza in questa seconda “ondata” soprattutto nelle zone considerate “rosse”. Ed ancora una volta, come già successo nella scorsa primavera, è ritornato prepotentemente a farsi sentire il problema delle locazioni e in particolare delle difficoltà da parte sia delle persone fisiche che degli imprenditori commerciali a provvedere al pagamento del canone di locazione. Problematica, peraltro, da contemperare con le giuste esigenze ed interessi dei proprietari di beni immobili concessi in affitto di vedere garantito un loro diritto ovvero il pagamento di un canone a fronte di un bene concesso in locazione
Già nel corso della prima “ondata” si era incominciato a parlare con riferimento alle locazioni, per evitare le problematiche verificatesi, di clausole covid o di salvaguardia o in genere di clausole cautelative da inserire nel contratto prima della redazione dello stesso.
Ed invero in epoca precedente a questa pandemia, tali clausole non erano comuni. Conseguentemente, non esiste una vera e propria tutela per i contratti stipulati in data precedente al diffondersi del virus Covid-19.
Anzi possiamo tranquillamente affermare come quasi tutti i contratti in corso, ovvero tutti quelli stipulati antecedentemente il mese di marzo 2020, purtroppo ne siano privi e quindi pregiudicati. Questo perché non c’è nella nostra storia, anche meno recente, una situazione analoga a quella che stiamo vivendo. I vecchi contratti raramente presentano una clausola di salvaguardia, ovvero una clausola che presuppone un’eventuale impossibilità sopravvenuta ad esercitare un’attività. In sostanza, le cosiddette clausole di forza maggiore.
In questa situazione lacunosa e di difficoltà obiettiva per entrambe le parti, si consiglia alle stesse di incontrarsi al fine di raggiungere una mediazione/accordo, che porti ovviamente a un vantaggio reciproco. Di fatto dal punto di vista giurisprudenziale, qualche sentenza in cui è stata fatta valere la forza maggiore c’è stata, ma ce ne sono state tante altre che hanno rigettato le richieste, affermando che gli interventi statali abbiano comunque permesso di riequilibrare, sia pure parzialmente, la situazione di disparità venutasi a creare.
Per i vecchi contratti, dunque, l’unica possibilità è quella di trovare un accordo con il proprietario per cercare di superare questo periodo di difficoltà.
Per i nuovi contratti, invece, l’esperienza ci deve essere da guida e quindi indurci ad introdurre negli stessi una specifica clausola.
In ambito abitativo oggi il conduttore che eventualmente svolga un’attività che venga sottoposta a chiusura o che subisca le conseguenze di un Dpcm come quello in corso, può pretendere di inserire una specifica clausola nel contratto di locazione. Con tale clausola si può pretendere che, qualora intervenga un Dpcm che generi un’interruzione dell’attività lavorativa, si proceda a una rinegoziazione del contratto oppure a una sospensione o a una riduzione del canone.
Naturalmente tale specifica clausola deve essere inserita prima di stipulare il contratto di locazione. È necessario esaminare analiticamente la situazione concreta. Per poter pretendere nell’ambito di una contrattazione di poter inserire una clausola del genere, il conduttore deve far presente che la propria attività lavorativa potrebbe essere a rischio in caso di una chiusura. Sulla base di questo presupposto, prima di redigere il contratto, potrebbe richiedere/ pretendere l’inserimento di una clausola apposita.
Per quanto riguarda invece i contratti commerciali preliminarmente rilevo come gli stessi abbiano una durata superiore rispetto ai contratti abitativi, (minimo sei anni più sei). Inoltre, l’importo e gli interessi economici sono ben più elevati. Per i contratti di locazione commerciale è necessario quindi prevedere una clausola ad hoc, che però deve essere modulata in base al caso concreto, quindi in base all’attività e alle ipotetiche ripercussioni che possono scaturire da un’eventuale chiusura.
L’esempio più lampante in questi giorni riguarda le attività di ristorazione / bar. Chi oggi svolge o intendesse svolgere in futuro un tale tipo di lavoro, e per farlo dovesse prendere in locazione una unità immobiliare, deve stare molto attento al contenuto del contratto e soprattutto deve per forza inserire nel contratto di locazione una clausola di forza maggiore, che preveda ad esempio la possibilità di rinegoziare il contratto nel momento in cui si verifichi una chiusura totale o anche solo parziale dato che i Dpcm possono creare delle situazioni differenti (si veda in questo momento alle varie zone in cui il nostro paese risulta diviso e alle differenti misure ad esse afferenti). L’ideale sarebbe, conseguentemente, modulare nel contratto le diverse soluzioni in base alle ipotetiche circostanze che si possano verificare e ai conseguenti rischi per l’attività esercitata nonché alle possibili restrizioni alla stessa che dovessero derivare da provvedimenti legislativi.
Inserire una clausola di questo tipo all’interno del contratto di locazione è fondamentale, altrimenti, in particolare nel settore commerciale, si rischia una paralisi degli affitti; mentre è ovviamente interesse dei proprietari far sì che il loro immobile venga preso in locazione e d’altra parte per il conduttore avere un luogo idoneo ove svolgere la propria attività.
Ecco perché in questo periodo storico e nel futuro si consiglia di utilizzare sempre di più queste clausole a salvaguardia del rapporto locativo e dei diritti/interessi delle parti.

Avv. Corrado Demolli

 

Per ogni ulteriore informazione e/o richiesta di approfondimento, contattare:
DDC Studio Legale (P.IVA 05986790961)
Tel: + 39 02.6431749 - Fax: + 39 02.66116694
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
www.ddcstudiolegale.com

8 marzo 2021

Nel corso dell’ultima settimana mi ha colpito la notizia, passata piuttosto inosservata sia dalla pubblica opinione che dalla maggioranza dei quotidiani e dei media, riguardante il grande ritardo e la confusione in ordine alle vaccinazioni anti covid 19 in favore di soggetti disabili.
In particolare si è levata la protesta di genitori rappresentanti associazioni di persone disabili; inoltre decisamente incisivi, e particolarmente toccanti al riguardo, sono stati alcuni interventi sia televisivi che sulla carta stampata svolti dal giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti padre di un ragazzo autistico
Partiamo, però, da un dato di fatto fondamentale: l’articolo 32 della nostra Costituzione così statuisce:
“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”
Ciascun individuo ha diritto, conseguentemente ed in modo immediato alla salute, intesa non solo come cura di malattie e/o infermità fisiche/psichiche, ma come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, secondo le definizioni fornite anche da ultimo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Tale diritto alla salute, inteso come miglioramento di qualità della vita, deve intendersi esteso contro tutti gli elementi nocivi, ambientali o che a causa di terzi, possano ostacolarne il reale esercizio.
In quanto diritto sociale del cittadino a pretendere una serie di interventi a difesa del suo bene-salute, v’è l’obbligo dello Stato a predisporre, tramite un’organizzazione sanitaria idonea, le prestazioni necessarie per realizzarne il godimento effettivo e globale.
A fronte di quanto sopra appare del tutto incomprensibile come il piano vaccinale predisposto nelle scorse settimane dal governo all’epoca in carica in relazione alle persone disabili sia ancora fermo o proceda a rilento. Ancora peggio per i loro caregiver, familiari e operatori. Tutti questi cittadini, e prima ancora persone, scontano i ritardi generali riscontrati nella effettuazione delle vaccinazioni; in sostanza tutti siamo in attesa e/o veniamo vaccinati in ritardo e i disabili ancora di più; ma quello che più colpisce è come ciò avvenga con indicazioni incomprensibili, incongruenze, con patologie previste come prioritarie rispetto ad altre, simili, fuori dagli elenchi; insomma con una mancanza di riconoscimento all’uguaglianza non solo fra le persone/cittadini nel diritto al trattamento sanitario ma anche e soprattutto all’interno delle stesse persone affette da disabilità.
Insomma niente vaccino per i disabili e neanche per gli operatori a causa del ritardo nell’approvvigionamento dei vaccini; così almeno ci viene detto. Ma le incongruenze maggiori riguardano le differenziazioni delle patologie previste come prioritarie nella “fase 2”, ai limiti della discriminazione. Ad esempio è stato rilevato da alcuni studiosi come sia stata inserita come prioritaria la Sla “…ma non si capisce perché non siano state considerate tali la Distrofia muscolare e la Sma (Atrofia muscolare spinale) che appartengono alla stessa “famiglia” e, pur se meno gravi, sono molto simili, in particolare da un punto di vista respiratorio….”. Circostanza che non avviene in altri Paesi dove tutte le persone che hanno problemi respiratori di questo tipo sono trattati allo stesso modo dal punto di vista vaccinale
Questa la difficile situazione a livello nazionale, mentre solo tre Regioni, Emilia Romagna, Lazio e Abruzzo, hanno messo in campo proprie iniziative, ma con metodologie diverse, a conferma di una grande confusione. E ancora una volta a rimetterci sono le famiglie dei disabili che per tutelare i propri cari tengono gli stessi a casa da mesi senza le preziose attività riabilitative e socializzanti. In particolare autistici e altri disabili mentali, completamente dimenticati tra i prioritari. Tali persone necessitano, infatti, di un supporto educativo continuo che in questo momento è completamente mancato così come è mancato il rispetto di altri principi / diritti che dovrebbero essere garantiti a queste persone come il diritto allo studio ed all’inclusione sociale. Insomma viene fatta una discriminazione anche fra i soggetti che sono già sfortunate vittime di problemi legati alla loro salute
Un’evidente disparità di trattamento. E in alcune Regioni va anche peggio perché alcune strutture come i centri di riabilitazione, pur ospitando disabili anche gravi e in regime residenziale, non sono state inserite nella prima fase di programma vaccinale.
Sul tema si è levata nei giorni scorsi anche la voce del neo-ministro per le disabilità Erika Stefani la quale ha riferito come “….Il primo atto ufficiale da ministro, condiviso con le due federazioni maggiormente rappresentative della disabilità sia stato quello di inviare una lettera al collega Speranza, per sollecitare la platea delle persone con disabilità che dovranno avere insieme ai loro familiari, caregiver e assistenti personali, la priorità nella vaccinazione.”
Il ministro ha poi concluso come “…Fino ad oggi il criterio individuato fa riferimento all’articolo 3 comma 3 della legge 104/92, che disciplina i casi in cui la disabilità è connotata da particolare gravità. Manca ancora l’indicazione generalizzata per la disabilità, che deve assolutamente prescindere dalla gravità della loro condizione, affinché venga inserita come prioritaria. Continuerò ad insistere su questa linea in tutte le sedi istituzionali…”.
Negli ultimi giorni, la Ledha (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) e la Fand Lombardia (Federazione tra le Associazioni nazionali delle persone con disabilità) hanno lanciato un appello a Regione Lombardia perchè tutte le persone con disabilità, i loro familiari e caregiver siano inseriti nella “fase 1 bis” del piano vaccinale e possano ricevere al più presto il vaccino contro il Covid-19. Attualmente la Regione ha inserito in questa fase coloro che risiedono nelle Residenze sanitarie disabili e nelle strutture psichiatriche, oltre a chi è colpito da disabilità insieme ad altre patologie; tutte persone che saranno vaccinate dopo la fase dedicata a operatori sanitari e sociosanitari. Il presidente di Ledha ha però evidenziato come “…il rischio di questa situazione è che centinaia di persone con disabilità che non rientrano nelle categorie indicate per la “fase 1 bis” siano costrette ad aspettare settimane per la somministrazione del vaccino…”.
Ed è proprio in relazione a tale circostanza che mi ha particolarmente colpito l’intervento del noto giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti, padre di un figlio autistico il quale ha denunciato come sia: "Scandaloso dividere i disabili per codici per ricevere il vaccino"
Sul blog "Per noi autistici", Nicoletti solleva la questione delle persone affette da questo disturbo, dimenticate per quanto riguarda la priorità nella somministrazione del vaccino anti-Covid.
Testualmente così denuncia il noto giornalista “…Già 'fantasmi' per la scuola che non ha adottato nessuna strategia mirata alla loro condizione…", gli autistici (secondo quanto denuncia Nicoletti) “…non vengono citati neppure tra le categorie più a rischio, pur avendone le caratteristiche…”
Il giornalista prosegue spiegando come "…Nessuno di noi genitori sa se ci sia una possibilità che gli autistici possano essere tra i vaccinati. Nella Circolare del Ministero della Salute del 9 febbraio 2021, n. 5079, è elencato quali siano le persone 'estremamente vulnerabili'. Sono indicate varie aree di patologia, tra cui: Condizioni neurologiche e disabilità (fisica, sensoriale, intellettiva, psichica). La parola "autismo" però non appare…"
Nicoletti prosegue la propria analisi evidenziando come "Per un ragazzo o un adulto autistico il contagio e la successiva degenza sarebbero un dramma, che questa persona vivrebbe all'ennesima potenza rispetto ad ogni altro suo coetaneo. Non parliamo poi di un'eventuale e malaugurata necessità di un ricovero, o peggio che mai di una terapia intensiva".
“…La pandemia ha operato, dunque, un’amnesia generale sull’esistenza delle persone disabili facendo calare ….più che mai… l’oblio istituzionale anche sulle loro famiglie, che da sempre se ne fanno quotidianamente carico…”
Nicoletti conclude con un’amara e disarmante riflessione "..Io ho 66 anni, ma se mi chiamassero per vaccinarmi, cederei il mio vaccino a mio figlio. Se si contagia lui, autistico grave con epilessia, questo potrebbe equivalere a farlo morire".
Con buona pace del diritto alla salute e dei nobili principi enunciati dall’articolo 32 della Costituzione.

Avv. Corrado Demolli

 

Per ogni ulteriore informazione e/o richiesta di approfondimento, contattare:
DDC Studio Legale (P.IVA 05986790961)
Tel: + 39 02.6431749 - Fax: + 39 02.66116694
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
www.ddcstudiolegale.com

 
03 luglio 2020
 

Contratti sportivi con atleti dilettanti e professionisti e conseguenze sui contratti di sponsorizzazione

Siamo giunti al penultimo approfondimento dedicato all’impatto che il Coronavirus ha avuto nei confronti del mondo dello sport. Al momento in cui scrivo quasi tutte le principali competizioni delle diverse discipline sportive sono state annullate dalle Federazioni nazionali e internazionali, ivi compresi i Campionati Europei di calcio e le Olimpiadi di Tokyo per citarne alcuni tra i più importanti, fatta eccezione invece per il campionato di calcio di Serie A che è ripreso da qualche giorno con le modalità a tutti note.
Sono quindi facilmente immaginabili le conseguenze, anche di carattere economico, che tale impatto ha avuto nei confronti delle società sportive non solo in relazione ai mancati incassi dei biglietti delle manifestazioni sportive, ed ai rimborsi di quelle annullate, ma con particolare riferimento ai rapporti di  lavoro e sponsorizzazione, tenendo conto delle diverse tipologie di prestazione che possono essere previste nei singoli diversi contratti.
Ed invero la gran parte degli sportivi sottoscrive con le società dei contratti di collaborazione sportiva che riguardano in Italia oltre 120.000 lavoratori.
La gran parte dei collaboratori dello sport, infatti, sono lavoratori autonomi occasionali. Il loro regime contrattuale è, quindi, disciplinato dall'art. 2222 c.c. che definisce come lavoratore autonomo occasionale quel soggetto che si obbliga a compiere un'opera, o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio, senza vincolo di subordinazione.
I caratteri peculiari, pertanto, sarebbero: l'assenza di coordinamento con l'attività del datore di lavoro; il mancato inserimento nell'organizzazione aziendale; l'episodicità della prestazione lavorativa e, infine, la completa autonomia del lavoratore circa i modi e i tempi dell'attività.
La grande indipendenza dei lavoratori in esame ha, altresì, comportato una diversa incidenza delle limitazioni previste per il contenimento del Covid -19 sulla contrattualistica di settore.
Invero, alcune attività professionali sono strettamente vincolate a una presenza costante presso gli impianti sportivi o, comunque, necessitano di contatti interpersonali. È questo il caso, ad esempio, dei responsabili di sala attrezzi, dei supervisori dei campi sportivi o dei vigilanti alla balneazione.
Per queste figure non è stato, pertanto, pensabile una prestazione a distanza ed è apparsa configurabile, ai sensi dell'articolo 1256, comma 2, c.c., una temporanea impossibilità all'espletamento dell'attività lavorativa che ha esonerato/ esonererà l'obbligato dal ritardo nell'adempimento finchè, la stessa, è durata / perdurerà.
Per altre professionalità, invece, il distanziamento sociale ha comunque consentito lo svolgimento dell'attività lavorativa sia pur attraverso l'utilizzo di piattaforme on-line o altri sistemi di comunicazione da remoto. E' il caso, ad esempio, degli allenatori e dei responsabili tecnici.
In tali ipotesi, è difficile eccepire un'impossibilità totale, seppur temporanea, della prestazione, e ciò anche alla luce del D.L. 18/2020 che incentiva il c.d. smart working.
L'utilizzo di piattaforme digitali per la gestione ed il monitoraggio degli allenamenti o lo svolgimento di corsi on-line, infatti, comportano una tracciabilità delle prestazioni che ne dimostra l'adempimento anche se in modalità differenti.
Diverso il quadro normativo riguardante il lavoro sportivo professionistico – che trova la sua essenziale disciplina nella legge 23 marzo 1981, n. 91 – anche con riguardo alla applicabilità dell’art. 1467 c.c., in tema di risoluzione per eccessiva onerosità.
 
In merito alla natura del rapporto di lavoro instaurato tra la società sportiva e l’atleta, ai sensi e per gli effetti dell’art. 3, comma 1, della legge n. 91/1981, la prestazione lavorativa resa dallo sportivo professionista a titolo oneroso costituisce l’oggetto del contratto di lavoro subordinato, disciplinato anche in base alla normativa predisposta dalle Federazioni. La validità del contratto di lavoro sportivo professionistico è necessariamente connessa alla sussistenza di tutti i requisiti formali e sostanziali, resi obbligatori dalla legge n. 91/1981.
 
Secondo quanto specificato dall’art. 4, comma 1, della predetta legge, il rapporto di lavoro sportivo professionistico, di natura subordinata, deve costituirsi necessariamente attraverso l’assunzione diretta e con la preventiva sottoscrizione, a pena di nullità, di un apposito contratto in forma scritta, tra lo sportivo e la società che si appresta a riceverne le prestazioni sportive. Il contratto individuale deve essere redatto secondo il “contratto tipo” che risulta essere stato predisposto in conformità degli Accordi collettivi stipulati dalle Federazioni e dai rappresentanti delle categorie interessate.
Fatta tale premessa di carattere generale il tema di assoluto rilievo, posto dalla epidemia e che forma oggetto della presente riflessione, è quello, non ancora affrontato in giurisprudenza, per quanto mi risulta, dell’applicabilità al contratto di lavoro sportivo professionistico della disciplina civilistica di cui all’art. 1467 c.c. in tema di risoluzione per eccessiva onerosità.
A norma della suddetta disposizione normativa in presenza di contratto che sia ad esecuzione continuata o comunque periodica (o ad esecuzione differita), quando la prestazione di una delle parti diviene eccessivamente onerosa a causa di avvenimenti “straordinari e imprevedibili”, che si sono verificati successivamente all’attivazione del contratto e durante lo svolgimento del relativo rapporto, la parte che è tenuta alla prestazione divenuta eccessivamente onerosa è legittimata a chiedere la risoluzione del contratto, mentre la controparte può evitare la risoluzione offrendo una modifica “equa” delle condizioni contrattuali.
L’attivazione del rimedio di cui all’art. 1467 c.c., dunque, prende le mosse da un oggettivo squilibrio sopravvenuto delle prestazioni caratterizzate da:
– straordinarietà, come ad esempio: guerre, sommosse, cataclismi naturali, pandemie;
– imprevedibilità, ovvero tale da non essere stato neppure preso in considerazione dalle parti del contratto, e comunque con riferimento alle capacità di previsione dell’uomo medio, secondo le conoscenze ed esperienze che è ragionevole attendersi.
Sussistendo i due suddetti requisiti, conseguentemente, ovvero quando una delle prestazioni dedotte in contratto diviene eccessivamente onerosa a seguito di eventi appunto come appena accennato straordinari ed imprevedibili– come indubbiamente sono da ritenersi quelli conseguenti e correlati alla pandemia da Covid-19 – la parte che subisce l’eccessiva onerosità ha la possibilità di richiedere la risoluzione del contratto, permettendo all’altra di evitare la risoluzione, offrendo o accettando una modifica che sostanzialmente sia idonea a riportare ad equità le condizioni contrattuali, neutralizzando, di fatto, gli effetti degli eventi sopravvenuti.
Rileva a questo fine anche la scelta di alcune società di calcio, per esempio, o squadre NBA, che hanno operato una importante riduzione delle retribuzioni degli sportivi professionisti alle proprie dipendenze in ottica di preservare la continuità aziendale (il riferimento è, per esempio, alla Juventus FC S.p.A. che con comunicato del 28 marzo 2020 ha informato dell’accordo raggiunto con i propri dipendenti, per la riduzione dei compensi per un importo pari alle mensilità di marzo, aprile, maggio e giugno 2020 con effetti economici e finanziari positivi per circa 90 milioni di euro sull’esercizio 2019/2020).
 
Sia in Italia che all’estero, dunque, le società si sono attrezzate per ridurre i costi e arginare la crisi economica. Uno degli strumenti usati è la riduzione della retribuzione degli sportivi e dei dirigenti, che però presenterebbe dei limiti se si volesse allargare la misura ad altre categorie di dipendenti con un guadagno molto minore rispetto, ad esempio, a quello di un campione affermato come Lionel Messi.
Apprezzabile e da segnalare l’atteggiamento di alcuni calciatori e/o altri sportivi che, comprendendo la drammaticità -anche economica- del momento, hanno deciso di ridurre o rinunciare volontariamente a parte (anche considerevole) del proprio guadagno per destinarlo all’integrale pagamento dei salari dei dipendenti delle società.
Con riferimento, viceversa, ai contratti di sponsorizzazione sportiva ricordo dapprima come gli stessi siano, per semplificare, dei contratti coi quale una parte (lo sponsor / un’azienda) si obbliga al pagamento di una determinata somma di denaro e alla fornitura di tutto il materiale tecnico necessario per l’attività sportiva del club o del singolo atleta durante una o più stagioni, mentre l’altra parte (lo sponsee, Federazione, club o atleta) si obbliga, dietro cessione dei suoi diritti di immagine a mostrare il logo dello sponsor in qualsiasi momento dell’attività sportiva, nelle gare di campionato, durante gli allenamenti e in altre occasioni ufficiali.
La sponsorizzazione si distingue in tre categorie:
- la sponsorizzazione tecnica, in base alla quale lo sponsor produce e fornisce attrezzature necessarie e idonee per lo svolgimento dell’attività sportiva dello sponsee;
- la sponsorizzazione di settore, in base alla quale lo sponsor fornisce prodotti che possono essere utilizzati nel corso dell’attività sponsorizzata, anche se non sono necessari per lo svolgimento della stessa (ad es. bibite o alimenti energizzanti ecc.);
- la sponsorizzazione extra-settore, in base alla quale lo sponsor si limita a offrire un mero contributo di natura economica allo sponsee, non avendo la sua attività alcuna attinenza con quella sponsorizzata .
Posto quanto sopra, occorre valutare quali conseguenze possano derivare alle diverse tipologie di contratto, dal venir meno della possibilità oggettiva da parte dello sponsee di eseguire la prestazione sportiva cui sarebbe tenuto per contratto.
È quindi opportuno evidenziare come l’impossibilità sopravvenuta della prestazione connessa all’emergenza sanitaria in corso, avrà un impatto maggiore sulle sponsorizzazioni “classiche” di carattere tecnico e/o extra-settore, essendo entrambe strettamente legate all’evento sportivo, rispetto invece alla sponsorizzazione di settore che, in quanto tale, può risiedere anche ad attività “puramente” promozionali da parte dello sponsee.
Queste ultime, infatti, potranno essere eseguite indipendentemente dalla manifestazione sportiva o dal singolo evento sportivo, in quanto i loghi dello sponsor, e/o i suoi prodotti potranno essere comunque “pubblicizzati” dallo sponsee secondo altre modalità, come ad esempio attraverso i  canali TV, social e sui siti e riviste ufficiali e di settore.
A fronte del diverso impatto quali potranno  essere le conseguenze ovvero lo sponsor cosa potrà richiedere:
- una riduzione della sua prestazione dovuta, in considerazione della definitiva impossibilità parziale sopravvenuta, e quindi della riduzione del numero di gare e di altre occasioni ufficiali contrattualmente previste;
- oppure, la risoluzione del contratto, alla condizione però che – si noti bene – sia venuto meno un apprezzabile interesse alla sponsorizzazione stessa, seppure parziale.
Stesso discorso vale per le sponsorizzazioni di settore.
Con riferimento invece a quei contratti di sponsorizzazione soprattutto tecnica nei quali la prestazione dello sponsee può ritenersi totalmente impossibile per effetto della pandemia in corso (si pensi ancora una volta, a mero titolo esemplificativo, agli sponsor legati ai Campionati Europei di calcio oppure alle Olimpiadi di Tokyo 2020 tutte rinviate al prossimo anno), lo sponsor potrebbe chiedere sin da subito la risoluzione del contratto.
E’però interessante rilevare come, nonostante le difficoltà del momento, da un’analisi condotta da European Sponsorship Association (ESA) sia risultato come  il 72% delle aziende sponsorizzatrici desiderino prolungare gli accordi di sponsorizzazione indipendentemente da quanto occorso in seguito all’epidemia da covid-19.
Nonostante l’incertezza creata dalla pandemia e dalla emergenza sanitaria, dunque, quasi tre sponsor su quattro lavorano per estendere gli accordi e trovare nuovi asset per aggiungere valore.
I  club professionistici di ogni sport stanno cercando, comunque, di cautelarsi sotto il profilo dei rapporti economici con i giocatori, visto il perpetuarsi dello stato di incertezza dovuto alla diffusione del Coronavirus. In questo la pallavolo italiana ha fatto scuola con le cosiddette "clausole Covid 19", inserite nei contratti con gli atleti. Un protocollo è stato stilato dalla Fipav insieme alla Lega dei club, che sovraintende ai campionati Super Lega, A2 e A3.
I rappresentanti dei club si sono riuniti più volte in video conferenza per trovare una soluzione che venisse incontro sia alle società che agli atleti. A questi ultimi è stata proposta una riduzione del 25% dell’ingaggio per la stagione conclusasi anzitempo. L’Associazione dei procuratori ha chiesto che il taglio fosse del 10%. Alla fine, nella stragrande maggioranza dei casi, si è raggiunto l’accordo al 20%.
Si è poi pensato al futuro, ovvero alla stagione 2020-’21 che dovrebbe iniziare il 18 ottobre. Come hanno riferito diversi dirigenti e direttori sportivi “… in tutti i contratti sono state inserite delle clausole ad hoc che riguardano il Covid 19 e che prevedono diversi scenari se il campionato non dovesse iniziare, quindi, il contratto si considera concluso e al giocatore viene corrisposto solo il compenso per il periodo della preparazione. In caso di sospensione dell’attività, nulla è dovuto all’atleta, se le restrizioni sono tali da non consentire neppure lo svolgimento degli allenamenti. In caso di cancellazione del torneo il contratto si ritiene risolto da quella data in avanti. Nell’eventualità che il campionato o una parte di esso si disputasse a porte chiuse è previsto un ritocco al ribasso dei contratti nell’ordine del 1 per cento per ogni gara senza pubblico”.
Vi rimando per gli ultimi approfondimenti ad una videointervista che stiamo organizzando con un giornalista sportivo proprio per meglio analizzare altri aspetti che sono stati da me solo sfiorati quali quelli riguardanti i diritti televisivi, la programmazione delle emittenti tematiche sportive e l’organizzazione dei loro palinsesti e quanto altro possa essere ritenuto interessante e/o utile; anzi, a tal fine, Vi invitiamo a volerci inviare richieste e/o domande e/o curiosità da sottoporre al nostro ospite all’indirizzo di posta elettronica dello studio: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..
 
A presto.
 

Avv. Corrado Demolli

 

 

 

 

Per ogni ulteriore informazione e/o richiesta di approfondimento, contattare:

DDC Studio Legale (P.IVA 05986790961)

Tel: + 39 02.6431749 - Fax: + 39 02.66116694

iThis email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. - www.ddcstudiolegale.com 

 
 
 

LIVE 18 dicembre 2020 dalle ore 9.30 alle ore 11.30

Quale Bellezza dopo la “peste”? Come conciliare tradizione e innovazione? Le nuove sfide per valorizzare il nostro patrimonio culturale – Intervista ad Angelo Crespi

RELATORE

Prof. Angelo Crespi
Giornalista e scrittore, si occupa di arte contemporanea e di beni culturali. Già consigliere del ministro della Cultura, presidente del Maga di Gallarate e di Palazzo Te a Mantova, è attualmente consigliere di amministrazione del Piccolo Teatro e della Triennale di Milano. Ha scritto numerosi saggi e tre commedie.

INTERVISTATO DA
Avv. Giorgia Colombo
Avvocato dello Studio Legale & Tributario DDC e Coordinatore Scientifico di Upel Cultura

PROGRAMMA

La valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

- Il nostro territorio è ricco di ville, musei, teatri e tantissimi altri beni di interesse culturale, che nel 2020 sono stati costretti ad affrontare  chiusure forzate e ingressi contingentati a causa del Covid-19.
- L’importanza della valorizzazione del nostro patrimonio culturale dopo la “peste”.
- Esempi virtuosi di beni che sono stati valorizzati e di beni da valorizzare.

Le misure a sostengo della cultura.

- Analisi delle misure e dei progetti per la cultura: dall’Art Bonus al Recovery Fund.
- L’esigenza di conciliare tradizione e innovazione e la digitalizzazione del nostro patrimonio culturale.
- Esempi di nuovi progetti a sostegno della cultura.

Il ruolo dei privati.

- L’importanza della raccolta di fondi per la cultura: filantropia strategica, donazioni, sponsorizzazioni, crowdfunding e investimenti sociali.
- Le nuove sfide per valorizzare il nostro patrimonio culturale alla luce della disciplina dei beni culturali e della normativa giuscontabile.
- Alcuni esempi concreti.

 

La partecipazione è GRATUITA per tutti.

Per uno svolgimento più efficace dell’iniziativa è possibile anticipare le domande, scrivendo, entro il giorno precedente il webinar, a: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Prof. Angelo Crespi

Giornalista e scrittore, si occupa di arte contemporanea e di beni culturali. Già consigliere del ministro della Cultura, presidente del Maga di Gallarate e di Palazzo Te a Mantova, è attualmente consigliere di amministrazione del Piccolo Teatro e della Triennale di Milano. Ha scritto numerosi saggi e tre commedie.

Avv. Giorgia Colombo

Avvocato dello Studio Legale & Tributario DDC e Coordinatore Scientifico di Upel Cultura

COME PARTECIPARE AL WEBINAR
Cliccando sul collegamento contenuto all’interno della e-mail che riceverete sulla casella di posta indicata dopo l’iscrizione al webinar, e che riporta ulteriori utili informazioni di accessibilità all’evento online.
Nota: il collegamento al webinar è unico, ad uso esclusivo e personale; non va condiviso con altri utenti.

PHOTO 2020 11 26 23 27 16

01 luglio 2020

Anche quest’anno è arrivata l’estate e con essa il caldo di questi giorni particolarmente torridi.

Chi non avrebbe il desiderio di rinfrescarsi con un tuffo nell’acqua cristallina e fresca di una piscina???
Vi sono Condomini che sono dotati di tali strutture ed altri, magari di particolare pregio, che prevedono addirittura anche piscine private su singoli terrazzi.
E’ chiaro il beneficio che ogni condomino avrebbe dalla possibilità di utilizzare o avere a disposizione una piscina condominiale. 
E’ però  altrettanto evidente come vi siano delle responsabilità per il Condominio e per il suo amministratore nel caso di presenza ed utilizzo di una piscina condominiale e le altrettanti relative responsabilità del proprietario che installi una piscina sul proprio terrazzo.
Per quanto concerne la piscina condominiale, come da definizione,  è evidente come il bene venga considerato comune ai sensi dell’art. 1117 c.c. che elenca a titolo esemplificativo e non esaustivo le parti comuni dell’edificio. Le spese per la ripartizione dei costi di manutenzione gravano su tutti i condòmini secondo il disposto dell’art. 1123 c.c. primo comma e quindi secondo la tabella generale di proprietà, salvo che il regolamento condominiale preveda una ripartizione diversa o che i condòmini all’unanimità dei partecipanti stabiliscano un criterio differente rispetto a quello legale indicato nel predetto art.1123 c.c..
Si sono infatti verificati casi di ripartizione per così dire “mista”; ovvero metà della spesa sulla base dei millesimi di proprietà l’altra metà in parti uguali fra le varie unità immobiliari. Tale scelta era stata determinata dal fatto che la presenza di una piscina comporta un incremento di valore dell’immobile in maniera percentuale uguale per ciascuna unità abitativa ( nel caso di specie si era ritenuto un aumento per ogni unità di circa il 15% del valore).
Quando in un Condominio è presente una piscina condominiale, le responsabilità dell’amministratore sono numerose, in quanto, la piscina, oltre ad essere un luogo ricreativo e di svago è anche, però, un luogo potenzialmente pericoloso e può determinare, come si legge spesso nelle cronache, incidenti più o meno gravi; dalla banale, ma comunque potenzialmente grave, scivolata/caduta, ai rischi di batteri derivanti da fenomeni di insalubrità delle acque ecc.
L’amministratore dovrà dunque certamente analizzare il numero di persone che utilizzano il bene, curare gli impianti, verificare quotidianamente la qualità dell’acqua conferendo opportuni incarichi a ditte specializzate, posizionare cartelli e tutto quanto necessario al fine di evitare di incorrere in gravi rischi sia per se stesso che per i condòmini.
In particolare in questo periodo soggetto alle restrizioni imposte dalle Autorità per le note conseguenze del Coronavirus Covid 19 l’amministratore dovrà essere ancora più scrupoloso ed attento alla legislazione riguardante anche i problemi dell’assembramento, del distanziamento sociale e della sanificazione degli ambienti ed attrezzature comuni: lettini, sdraio, spogliatoi.
Deve poi essere considerato come sulla base di accordi Stato - Regioni ( ed in base alle dimensioni ed alla profondità del manufatto) al controllo della piscina possa/debba essere preposto un assistente bagnanti che deve assicurare la propria presenza durante l’orario di funzionamento della piscina.
Per i condomini che volessero installare una piscina condominiale ricordiamo come tale manufatto venga considerato innovazione e pertanto necessiti dell’approvazione con le maggioranze di cui all’art. 1120 c.c.  che a sua volta rimanda al 1136 c.c. (maggioranza degli intervenuti che rappresentino i 2/3 del valore dell’edificio). Si ricorda che occorre sempre visionare il regolamento condominiale per comprendere se vi siano norme contrarie e che inoltre l’innovazione non pregiudichi il godimento della cosa comune anche ad un solo condòmino .
In ordine alle responsabilità ed alle attenuanti in relazione al medesimo tema i commentatori generalmente ricordano due sentenze della Corte di Cassazione. La prima risalente al 2004 riferisce di una responsabilità del condominio per danni da cosa in custodia ex art. 2051 c.c ma con delle eccezioni. Il fatto, in esame, riguardava un incidente in piscina condominiale durante una festa notturna, in cui un ospite tuffandosi, riportava gravi lesioni. Il danneggiato richiedeva, quindi, di essere risarcito dal Condominio evidenziando come l’area non fosse, a proprio parere, sufficientemente illuminata e non essendo presente un bagnino. In questo caso la Corte ha escluso la responsabilità del custode del bene, evidenziando come fosse stata la condotta superficiale e incosciente dell’ospite a produrre l’evento che ben avrebbe potuto essere evitato con la normale diligenza ed attenzione. Era stata dunque ritenuta pericolosa la condotta esercitata dall’ospite che si era tuffato. In senso conforme troviamo altre sentenze della Corte: Cass., 15 ottobre 2004, n. 20334 – Cass., 26 aprile 2004. Altra sentenza cui spesso si fa riferimento è la n.  22807 del 28 ottobre 2009, nella quale si tratta dell’annegamento di una persona avvenuto in una piscina condominiale escludendo ogni responsabilità però per il Condominio e l’amministratore in quanto la vittima si era introdotta superando un cancello in orario di chiusura, nonostante il divieto di ingresso a persone non autorizzate ed estranee al condominio. Dunque anche in questa circostanza i Giudici della Cassazione hanno escluso la responsabilità del condominio per un uso improprio del bene da parte dell’utilizzatore.
Rilevo inoltre come per ogni altro servizio i condòmini in ritardo con le quote condominiali potranno vedersi interdire l’accesso alla piscina condominiale, come previsto dall’art. 63 delle disp. att. c.c. che prevede la possibilità per l’amministratore, in caso di mora nel pagamento dei contributi protratta per almeno sei mesi, di sospendere il condomino moroso della fruizione dei «servizi comuni suscettibili di godimento separato».
Relativamente, viceversa, alla possibilità di installare una piscina privata su un proprio terrazzo o su un terrazzo condominiale ad uso esclusivo si dovrà dapprima avere cura di verificare se il regolamento lo consenta. Dovrà poi essere verificato che il manufatto risponda ai requisiti di stabilità, sicurezza dell’edificio, in quanto il peso dell’acqua potrebbe comportare danni ed infiltrazioni, e quindi verificare la portata della soletta e dei balconi. Sarà, conseguentemente necessaria un’accurata analisi tecnica/strutturale del terrazzo o del balcone anche per le mini-piscine gonfiabili onde evitare danni strutturali e pericoli di crollo.
Ricordo infatti come il singolo condòmino ai sensi dell’art. 1122 c.c. non possa eseguire opere che rechino danno alle parti comuni ovvero determinino pregiudizio alla stabilità, sicurezza o al decoro architettonico dell’edificio.
inoltre se la piscina venisse posizionata su un terrazzo condominiale comune, oltre a tutto quanto sopra esposto, sarà necessario anche rispettare il pari uso ex art. 1102 degli altri proprietari non arrecando pregiudizio agli altri e non impedendo agli altri condòmini l’uguale e pari utilizzo.
Come sempre, è necessario oltre che opportuno, mettere sempre a conoscenza l’amministratore di Condominio qualora si volesse utilizzare uno spazio comune o privato installando una piscina fissa o mobile oppure vasche idromassaggio, in modo che questi possa assumere e verificare che siano state eseguite tutte le misure necessarie ovvero quelle sopra enunciate: verifica delle previsioni del regolamento condominiale; prove di carico e strutturali; richiesta di documentazione tecnica; accorgimenti igienico-sanitari e tutto quanto necessario al fine di salvaguardare il Condominio e gli utenti da possibili pericoli e consentire a tutti di poter usufruire in tutta tranquillità del refrigerio e del benessere di un bel tuffo in piscina.
 
Avv. Corrado Demolli
 
DDC Studio Legale (P.IVA 05986790961)
Tel: + 39 02.6431749 - Fax: + 39 This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
 

Si. E’ vero. Lo confesso.
Mi capita spesso, una volta terminato un incontro o un appuntamento con un cliente, di accompagnare lo stesso alla porta e sulla soglia salutarlo rivolgendogli il classico “Arrivederci”.
Non so se altri miei colleghi ci abbiano mai pensato o abbiano mai avuto le mie medesime sensazioni, ma io, subito dopo quel saluto, all’apparenza così normale, mi pento perché penso: ma come, l’arrivederci che hai rivolto a quella persona significa “ci vediamo alla prossima…” ovvero: alla prossima lite, al prossimo problema, alla prossima volta in cui saranno stati calpestati i tuoi diritti o tu ti sarai reso protagonista di violazioni punite dalla legge.
Tutte circostanze comunque non augurabili.
Ultimamente ho pensato spesso a questo sottile ma, allo stesso tempo, profondo senso di difficoltà nel rivolgere ad un cliente il solito arrivederci, cercando di ovviare “virando” con sempre maggiore frequenza su un più impersonale e incolore “ buongiorno / buonasera”; né più né meno di quanto accade col vicino di casa col quale non abbiamo alcun rapporto o con uno sconosciuto incontrato per caso col quale, dopo avere parlato degli argomenti più scontati e banali (il tempo, il traffico, i parcheggi), ci si saluta appunto augurandosi reciprocamente “buongiorno”.
Sono tornato ad approfondire e a ragionare su questo argomento negli ultimi mesi allorquando una mia amica, la geom. Erica Dalsass, ha incominciato ad organizzare una serie di incontri sul web, con cadenza periodica ogni ultimo giovedì del mese, denominati “I Giovedì del Benessere”.
In questi incontri sono chiamati a parlare tecnici (geometri, ingegneri, architetti) medici nutrizionisti, fisioterapisti ed altri professionisti i quali evidenziano come le loro competenze tecniche possano portare benessere alle persone. Che so, per fare un esempio: il nutrizionista spiega i benefici per la salute di una corretta ed equilibrata alimentazione; il fisioterapista esercizi per alleviare i dolori articolari, il geometra o l’ingegnere come una più corretta dislocazione dei locali, degli arredi o addirittura l’uso di particolari prodotti quali per esempio vernici di ultimissima generazione e tecnologia siano in grado di garantire ambienti più salubri in cui vivere e sentirsi meglio.
Bene…tutto vero, ma l’avvocato…quale benessere porta al proprio cliente?
La risposta più ovvia e scontata ma anche più superficiale è semplice: il cliente vince la causa e tu che lo hai aiutato a raggiungere questo obiettivo gli stai offrendo benessere.
Ma è proprio così?? Si, certo, quel momento può essere un momento di soddisfazione perché un soggetto terzo (Giudice), a ciò deputato, ha ritenuto ammissibili e degne di accoglimento le tue domane. Ma si tratta di benessere? Non lo so ed anzi, francamente, non lo credo…pensiamo agli anni di durata della causa, alle ansie, alle insofferenze, alle tensioni, magari anche ai timori ed alle paure…insomma il trascinarsi di una lite travalica il sentimento di benessere finale.
Ma allora un avvocato può dare benessere al proprio cliente?
Ebbene ripensandoci con maggiore attenzione e profondità di pensiero posso dire di sì: anche l’avvocato può essere portatore di benessere e parliamo del benessere vero nel significato letterale della parola, ovvero lo stare bene e non l’effimero benessere economico.
Qui di seguito riporto una serie di esempi utili a chiarire le conclusioni alle quali sono giunto con le mie riflessioni.
Quando la mia amica e collega di studio avv. Giorgia Colombo, appassionata ed esperta di diritto dell’arte, aiuta un artista a stipulare contratti per la vendita delle proprie opere o aiuta un cliente nella scelta e nell’acquisto di un’opera d’arte che, magari, da tempo desiderava…induce benessere nei clienti, perché li aiuta a realizzare i loro sogni.
Quando una giovane coppia si presenta in ufficio per farci esaminare un contratto preliminare di compravendita relativa alla loro prima casa per modulare le clausole sulla base delle loro esigenze, possibilità ed aspettative e, soprattutto per evitare l’insorgenza di possibili liti future, creiamo benessere: diamo ai due giovani dell’esempio serenità e li aiutiamo a porre le basi di quello che sarà una nuova famiglia, nuove vite.
Per me, appassionato di sport, aiutare un giovane atleta a stipulare un contratto con la propria squadra di appartenenza e studiare con lui le varie clausole e vedere il ragazzo crescere ed affermarsi fino, magari, a diventare anche professionista, ecco un altro esempio in cui l’avvocato può essere portatore di benessere.
E più ci penso e maggiormente ne trovo: l’assistenza che diamo ai clienti per aiutare gli stessi a partecipare alle aste giudiziarie realizzando così discreti affari o comprando immobili che non sarebbero stati alla loro portata.
Ma non intendo tediare alcuno e concludo con un ultimo ma lampante esempio, tra l’altro, riguardante una materia di strettissima attualità.
In queste settimane siamo stati contattati molte volte e con sempre maggiore frequenza sia da privati che da imprese e amministratori di condomini per dare assistenza nel disbrigo delle pratiche riguardanti la complessa materia del famosissimo ormai eco bonus 110%.
Anche questa materia ci ha consentito e ci sta consentendo di dare benessere ai nostri assistiti ai quali offriamo consulenza spiegando le norme, cercando eventuali soggetti seri interessati ad acquistare il credito di imposta in modo da poter accedere ed eseguire i lavori a costo zero o comunque con costi irrisori rispetto alla globalità degli importi in gioco, cercando i tecnici per le operazioni di asseverazione e se necessario anche le imprese esecutrici delle opere.
In estrema sintesi, quindi, aiutiamo i nostri clienti a ristrutturare radicalmente la propria casa adeguandola ai tempi facendo in modo che la stessa aumenti di valore e sia meno onerosa da mantenere a fronte dell’abbattimento dei consumi di energia elettrica e gas (in questo caso quindi maggiore benessere anche economico…), ma addirittura meno inquinante perché meno energivora e produttrice di minori emissioni nocive, conseguentemente, addirittura portando un benessere dell’intera collettività.
Ebbene tra qualche anno quando mi capiterà di passare davanti ad uno di questi immobili che, grazie anche alla nostra consulenza, ha trovato nuova vita ed appare svecchiato, ringiovanito, dotato della tecnologia più moderna, si potrà dire che ci sarà stato benessere non solo per il cliente per i motivi già prima accennati ma anche per l’avvocato che potrà, finalmente, dire senza remore e/o imbarazzi un sincero e sentito: ARRIVEDERCI”.
Avv. Corrado Demolli

 

Per ogni ulteriore informazione e/o richiesta di approfondimento, contattare:
DDC Studio Legale (P.IVA 05986790961)
Tel: + 39 02.6431749 - Fax: + 39 02.66116694
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
www.ddcstudiolegale.com

26 giugno 2020

Questo è il periodo tradizionalmente dedicato dai contribuenti alla redazione delle dichiarazioni fiscali.

In realtà l’emergenza di quest’anno ha differito molti termini; ciononostante ho ricevuto nei giorni scorsi varie richieste di chiarimenti in ordine agli istituti dell’8, 5 e 2 per mille.
Molti mi chiedono, per esempio, se sia obbligatorio donare l’8 per mille così come il 5 o il 2 per mille, contributi rivolti a specifiche categorie di soggetti.
Mi è sembrato, dunque, opportuno capire come funzionano e quali siano le regole per la destinazione dell’8 per mille nel modello 730/2020 o nel modello di dichiarazione dei redditi UNICO, del 5 e del 2 per mille.
In questo articolo proverò, conseguentemente, a fornire delucidazioni e informazioni anche, ed anzi soprattutto, pratiche al riguardo, svolgendo anche esempi concreti.
La destinazione di una quota dell’Irpef dell’8, 5 e 2 per mille è uno degli adempimenti legati alla dichiarazione dei redditi.
Innanzitutto è bene ricordare come sia possibile destinare una quota di Irpef esclusivamente agli enti individuati dalla legge.
Nel dettaglio, sia con il modello 730 che con il modello Redditi:
• l’8 per mille deve essere donato allo Stato o ad un’istituzione religiosa,
• il 5 per mille a enti di volontariato, ricerca o di interesse sociale, come meglio vedremo nel paragrafo dedicato
• il 2 per mille in favore di un partito politico.
5x1000, 8x1000 e 2x1000 sono tutte percentuali dell’IRPEF che il contribuente ha la possibilità di destinare ed è importante sapere come non si escludano tra loro.
E’ altresì importante ricordare come le scelte non siano in alcun modo alternative tra loro e possano essere tutte espresse, senza determinare maggiori imposte dovute.
Destinazione 5 per mille
Il Cinque per Mille, che è l’istituto cui è dedicato questo approfondimento, venne introdotto, a titolo iniziale e sperimentale, dalla legge del dicembre 2005 n. 266. 
Il Cinque per Mille è la quota dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) che i contribuenti decidono di destinare a quegli enti che svolgono attività socialmente rilevanti. La scelta viene fatta compilando un apposito modello in fase di Dichiarazione dei Redditi. Il 5×1000 è dunque la quota di imposta a cui lo Stato rinuncia per destinarla ad organizzazioni non profit e/o altri enti. Se non si effettua la scelta, tale quota resterà allo Stato.
La devoluzione del 5 per mille andrà fatta attraverso il modello 730/2020 e, in genere, con la dichiarazione dei redditi. Nel modulo si potrà scegliere quale ente o istituto di ricerca (tra quelli accreditati) riceveranno il contributo di ciascuno.
Ciò che serve per fare la donazione è oltre la compilazione del previsto modulo l’indicazione precisa del codice fiscale del beneficiario, che è possibile ricercare accedendo all’elenco dei destinatari del 5 per mille Irpef 2020.
Nel modello del 730 o in genere nella dichiarazione dei redditi si avrà la possibilità di scegliere a quale ente destinare il proprio contributo tra i seguenti:
• sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale previste dall'articolo 10 del D.lgs. 4/12/1997, n. 460 e successive modificazioni; nonché delle associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionale, regionali e provinciali, previsti dall'articolo 7, commi 1, 2, 3 e 4, della L. 7/12/2000, n. 383, e delle associazioni e fondazioni riconosciute che operano nei settori dettati all'art. 10, comma 1, lett. a), del D. lgs. 4/12/1997, n.460;
• ricerca sanitaria;
• le ASD (Società Sportive Dilettantistiche) riconosciute ai fini sportivi del Coni;
• ricerca scientifica o universitaria;
• comune di residenza;
• attività di tutela, valorizzazione e promozioni dei beni culturali.
Nella parte inferiore del modello si potrà scegliere l’ente a cui destinare la nostra quota di Irpef. Una volta scelto il campo e riempiti gli spazi, affinché il modulo sia valido, si dovrà firmare il modello, in un apposito spazio.
Scadenze
Il Modello 730-1 per la scelta del soggetto a cui destinare il Cinque per Mille si trova all’interno della documentazione del Modello 730 la cui scadenza per la presentazione, per effetto del Decreto Legge Coronavirus, è stata prorogata entro il 30 settembre 2020 sia nel caso di presentazione diretta all’Agenzia delle entrate sia nel caso di presentazione al sostituto di imposta, oppure al CAF, o al professionista. Per la Dichiarazione dei redditi persone fisiche (ex Modello Unico) la scadenza da ricordare è il 30 novembre 2020, in caso di invio per via telematica.
Anche senza fare la dichiarazione dei redditi si può donare il 5x1000 perché i contribuenti che non devono presentare la dichiarazione possono scegliere di destinare l’otto, il cinque e il due per mille dell’IRPEF utilizzando l’apposita scheda allegata allo schema di Certificazione Unica 2020 (CU) o al Modello REDDITI Persone Fisiche 2020.
Dunque come abbiamo sopra già riferito per destinare il proprio 5x1000 è necessario porre la propria firma in uno dei cinque riquadri che figurano sui modelli di dichiarazione del reddito e scrivere il codice fiscale dello specifico ente scelto.
Per fare un esempio pratico, se si sceglie, come il sottoscritto, di devolvere il proprio 5x1000 a favore di Fondazione Renato Piatti onlus che si prende cura di bambini con autismo e persone con disabilità, si dovrà apporre la firma nel riquadro che riporta la dicitura "Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale..." e scrivere il codice fiscale della predetta Fondazione Renato Piatti ovvero 02520380128.
Per donare il 5 per mille basta dunque una semplice firma e il codice fiscale della Fondazione cui si vorrà destinare l’importo.
Due importanti raccomandazioni/istruzioni: qualora il contribuente non provveda all’apposizione della propria firma si verserà ugualmente il proprio 5x1000 ma la quota rimarrà allo Stato.
Se viceversa venisse apposta la sottoscrizione su uno specifico comparto senza inserire un codice fiscale, il proprio 5x1000 verrà redistribuito proporzionalmente tra tutti i soggetti beneficiari del comparto in cui sia stata inserita la firma. 
Altra informazione importantissima e non a tutti nota è che ciascun soggetto beneficiario del 5x1000 è tenuto a dimostrare, in modo chiaro e dettagliato, l’impiego delle somme percepite redigendo un apposito rendiconto e una relazione illustrativa attraverso i quali i soggetti destinatari del contributo dimostrano l'utilizzo delle risorse ricevute entro 1 anno dalla loro ricezione.
Chi sceglierà, come me, di destinare il 5x1000 a Fondazione Renato Piatti saprà dunque, e potrà essere certo, che tutti i fondi percepiti saranno interamente utilizzati per finanziare i progetti a favore di bambini e persone affette da disabilità intellettiva e/o relazionale nonché delle loro famiglie. In particolare il 5x1000 di quest’anno sarà utilizzato per sostenere i maggiori costi che Fondazione Piatti sta affrontando per garantire continuità alle cure e alle terapie durante questa emergenza sanitaria, in concreto per acquistare dispositivi di protezione individuali, sanificare e adeguare gli spazi.
Per una vasta moltitudine di persone, una semplice firma rappresenta, quindi, una grande speranza per un futuro migliore.
Infine, la cosa più importante da sapere: non importa a quanto ammonta il reddito di ciascun contribuente, in quanto quest’ultimo deve essere consapevole e orgoglioso di come il proprio 5x1000 possa comunque aiutare e consentire la realizzazione di tanti progetti in favore di tantissime persone che potranno ricevere affetto, istruzione, cure, attenzioni, educazione e protezione in contesti idonei e grazie all’opera di volontari e professionisti che hanno deciso di dedicare le loro capacità ed il loro tempo in favore dei più deboli; perché, non dimentichiamolo, come ricordava spesso lo scrittore e giornalista Romano Battaglia “…Anche se aiuterai una sola anima non avrai vissuto invano”..
 
Avv. Corrado Demolli
 
Per saperne di più su Fondazione Renato Piatti: http://5x1000.fondazionepiatti.it/

23 novembre 2020

In un precedente approfondimento avevo riportato la preoccupazione mia, e di altri operatori del diritto, circa un possibile aumento del contenzioso a causa della pandemia in corso e del conseguente aumento del carico di lavoro dei Tribunali e del relativo arretrato.
Proprio nei giorni scorsi si è avuta notizia di come, dopo alcuni anni di decrescita, nei primi 6 mesi dell’anno in corso, sia tornato a crescere l’arretrato negli uffici giudiziari.
La giustizia, dunque, ha accusato e sta accusando gli effetti della riduzione dell’attività conseguente alla sospensione delle udienze e dei termini processuali previsti nel lockdown della scorsa primavera.
Tale aumento di controversie e di arretrato comporta ricadute sulle famiglie e sulle imprese, nonostante l’impegno da parte degli organismi e soggetti deputati a favorire la parziale prosecuzione dell’attività giudiziaria attuata grazie al processo telematico ed alla possibilità, introdotta con l’emergenza sanitaria, di sostituire le udienze in presenza con lo scambio di note scritte.
La ricaduta cui sopra si accenna comporta non solo maggiori tempi di attesa per la risoluzione delle controversie, e quindi un diffuso malcontento in ordine al funzionamento della macchina della giustizia, ma anche effetti negativi sul mondo dell’economia.
Si tratta di un aspetto spesso trascurato ed al quale raramente siamo portati a pensare, concentrati, come siamo, nel tentativo di voler perseguire l’obiettivo di ottenere giustizia per un nostro diritto ritenuto leso o violato.
Io, però, vorrei evidenziare, attraverso l’esposizione e l’analisi di una serie di dati percentuali e numerici, quali e quante ricadute economiche possa significare la situazione venutasi a creare e mostrare come il rallentamento dell’attività dei Tribunali e la sospensione dei termini durante il primo lockdown abbia colpito a titolo esemplificativo il settore delle aste immobiliari, comparto, a mio parere idoneo a dare concretezza e spunti di approfondimento in ordine alla problematica oggetto della presente esposizione
La pandemia ha fermato, sostanzialmente, le esecuzioni immobiliari: secondo i dati pubblicati da istituti di ricerca specializzati nel primo semestre 2020, infatti, le pubblicazioni delle esecuzioni immobiliari e le relative aggiudicazioni risultano calate in media del 40% rispetto al 2019, con un danno economico stimato attorno al miliardo di euro solo per il periodo del primo lockdown.
Veniamo quindi all’analisi dei dati pubblicati dai predetti analisti sull’argomento.
Nella prima parte del 2020 le esecuzioni sono calate in media del 40% annuo ma, in molti casi, si è andati anche molto oltre. Secondo quanto evidenziato dagli analisti per esempio a Roma e Milano il calo è stato intorno al 47% mentre a Napoli si è andati fino al 51%. Ancora peggiori i dati riguardanti i centri maggiormente colpiti dell’epidemia come Piacenza (-76,6%) e Lodi (-60,4%). Numeri che si spiegano in parte con l’emergenza sanitaria, in parte con le norme del DL Cura Italia, che hanno bloccato i pignoramenti relativamente alle abitazioni adibite a prima casa.
Non solo ma si è ravvisato anche come i tempi medi della giustizia si siano allungati mediamente di 270 giorni attestandosi quindi a circa 1.800 giorni, ovvero approssimativamente circa 5 anni, contro i 4 anni e 3 mesi delle statistiche medie rilevate precedentemente dai medesimi istituti di ricerca. Tale circostanza comporterà evidentemente che gli incassi provenienti dalle esecuzioni giudiziarie saranno posticipati di almeno 270 giorni.
Andando ancora più nello specifico nello scorso mese di settembre, gli analisti hanno rilevato come le aste siano state 13.032, cioè quasi la metà rispetto alle 25.111 dello stesso mese dello scorso anno (-48%). Da luglio a settembre 2020 le aste sono state 19.162, ovvero un numero che rappresenta oltre la metà rispetto a quello dello stesso trimestre del 2019 che indicava 54.212 aste battute (-65%). Il valore complessivo degli immobili posti in asta tra luglio e settembre è stato di 2,7 miliardi nel 2020 contro i 7,2 miliardi segnati nello stesso arco temporale del 2019. Si tratta di un calo che si attesta quindi a - 62%, ovvero più della metà rispetto allo scorso anno.
Tale situazione, già negativa, deve essere poi analizzata unitamente alla crisi economica in corso ed al timore dei cittadini ad investire in ogni settore e, per quel che ci riguarda, anche nell’ambito dell’acquisto di beni immobili all’asta.
Se consideriamo come, in epoca ante Covid, la differenza tra il valore di stima del CTU ed il valore di aggiudicazione fosse mediamente intorno al 54%, si presume che a fronte dei dati e delle circostanze sopra riportate si rischi di arrivare ad un divario del 68%, riducendo ulteriormente i flussi di recupero di importi dalle procedure.
Purtroppo questo secondo periodo di lockdown nelle zone “rosse” non agevolerà di certo la situazione. In alcune città, come per esempio a Milano, in questo momento le visite negli immobili oggetto di esecuzione sono sospese o rinviate.
Posto quanto sopra cosa si può/deve fare per rilanciare il sistema?
Sicuramente incentivare l’uso delle aste telematiche ma, anche, pensare, per gli operatori più evoluti, a soluzione alternative quali, per esempio, gli accordi di saldo e stralcio.
Si calcola come il 32% delle esecuzioni immobiliari abbia la possibilità di trovare un accordo stragiudiziale tra banca e debitore. In alcuni casi l'accordo può essere trovato anche proponendo il bene in vendita su iniziativa del proprietario, utilizzando sia una seria valutazione del bene, sia un consulente immobiliare che ne analizzi e comprenda i volumi debitori nonché sia in grado di attivarsi al fine di giungere ad un accordo di chiusura che porti alla vendita del bene in tempi inferiori rispetto a quelli della giustizia.
Il problema dunque è serio ed i numeri, solo in questo settore che ho preso come esempio, sono, come abbiamo visto, enormi.
D’altronde come ha ricordato un analista finanziario nei giorni scorsi “… I vari Dpcm approvati e convertiti in legge dall'esplosione della pandemia, hanno cercato di puntellare il sistema economico nazionale, che si è trovato ad affrontare una situazione difficile e inedita, ma con scarsi strumenti di politica economica veramente efficaci”.

Avv. Corrado Demolli

Per ogni ulteriore informazione e/o richiesta di approfondimento, contattare:
DDC Studio Legale (P.IVA 05986790961)
Tel: + 39 02.6431749 - Fax: + 39 02.66116694
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
www.ddcstudiolegale.com

 

25 giugno 2020

Sono passati più di tre mesi dall’inizio del famigerato lock-down, ma i diritti dei numerosi viaggiatori che, a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19, si sono visti annullare i viaggi prenotati e pagati anticipatamente, non sono ancora stati garantiti in modo concreto ed effettivo.

L’articolo 88-bis della Legge 27/2020, che ha definito la disciplina applicabile in tale periodo emergenziale, è stato bocciato dalla Commissione Europea, in quanto contrastante con il diritto primario dei cittadini di scegliere quale misura veder applicata al proprio caso, come chiaramente sancito dai regolamenti europei in materia: “qualora un pacchetto turistico sia annullato a causa di "circostanze inevitabili e straordinarie", i viaggiatori hanno il diritto di ottenere il rimborso integrale dei pagamenti effettuati per il pacchetto, senza indebito ritardo e in ogni caso entro 14 giorni dalla risoluzione del contratto. In tale contesto, l'organizzatore può offrire al viaggiatore un rimborso sotto forma di buono. Tale possibilità non priva tuttavia i viaggiatori del diritto al rimborso in denaro” (cfr. direttiva (UE) 2015/2302 del Parlamento europeo e del Consiglio, c.d. "direttiva sui pacchetti turistici").

In materia è altresì intervenuta l’Antitrust, che, a sua volta, ha affermato l’illiceità della disposizione in esame, pubblicando una segnalazione nei confronti di Parlamento e Governo.

Dallo scorso 3 giugno 2020 sono state rimosse le restrizioni alla circolazione delle persone fisiche all’interno del territorio nazionale e nell’area europea, Schengen, Regno Unito e Irlanda del Nord, con la conseguenza che le cancellazioni operate dalle compagnie a partire dal 3 giugno 2020 non potranno essere ricondotte, salvo casi specifici, alle fattispecie di impedimento determinate dal COVID-19 ex art. 88 bis L. 27/2020, bensì a scelte attribuibili alla volontà del vettore.
Quanto alla disciplina applicabile, il Regolamento (CE) 261/2004 prevede il rimborso del prezzo del biglietto (e non la corresponsione del voucher) e la compensazione, ove dovuta.
Da ultimo, l’Enac si è occupata altresì del caso opposto, ovvero della rinuncia del passeggero.
In tali ipotesi al viaggiatore saranno applicabili le condizioni di trasporto e tariffarie previste dal vettore per il biglietto aereo acquistato, e non la disciplina di cui all'art. 88 bis L. 27/2020, che dà diritto all’ottenimento del voucher, salvo motivi di impedimento legati a situazioni COVID-19 ancora attuali. 

 

Dott.ssa Mariachiara Ceriani
 
Per ogni ulteriore informazione e/o richiesta di approfondimento, contattare:
DDC Studio Legale (P.IVA 05986790961)
Tel: + 39 02.6431749 - Fax: + 39 02.66116694
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
www.ddcstudiolegale.com